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domenica 4 maggio 2008

Diario di un viaggiatore

E45 - DIREZIONE PERUGIA
30 Aprile 2008, ore 16:40

Devo andare. Dove? Non so, ma so che devo farlo. E non serve affondare il piede sul pedale dell'acceleratore. Non ho fretta di arrivare da qualche parte. Non ho una meta ben stabilita da raggiungere. Sto soltanto viaggiando, semplicemente. E quando si viaggia, la cosa più importante di tutte è il percorso che si intraprende. Come in un film o in un libro: fondamentale per un regista o per uno scrittore è il linguaggio da adoperare, non lo sciogliersi della trama. Così vale pure nella vita, e forse anche di più: è l'esistenza stessa che ha valore, non la morte. Ed io ho deciso di esistere, di esistere ancora, quasi non ce la facessi più a sopravvivere. Ed è in fondo esattamente per questo che lunedì sera, di ritorno da Roma, esasperato dall'ennesimo litigio col father, ho indossato di nuovo la giacca ed ho sbattuto la porta in faccia alla frustrazione. E di lì, via! Senza sapere dove, come e forse neanche il perché. Ho ingranato la marcia ed ho lasciato che la mia Focus si arrampicasse in cima al colle che ospita il convento dei frati cappuccini. Una fuga breve, ho pensato. Giusto il tempo di riassaporare il gusto di qualcosa di inconsueto, di lievemente straordinario, considerata la mia recente routine abitudinaria. Giusto il tempo di precipitare con la schiena sul sedile allestito orizzontalmente a mo' di branda, aspirare tre o quattro sigarette, una di seguito all'altra, ed addormentarmi poi con le note di “Superfly” di Curtis Mayfield, sognando Chicago, gli anni Settanta e la blaxploitation. La notte è passata: tenera, soffice, naturalmente melanconica. Ed al risveglio mi sentivo già meglio, abbastanza affamato per assaggiare una nuova trasgressione. Né l'assenza di un materasso, di una coperta o di un cuscino, né il freddo, il buio o la solitudine, né qualsiasi altra carenza percepita ha potuto privarmi della sensazione di vigore interno provata in quel curioso albeggiare. È stato come rinascere, in un certo qual senso. E quando si incontrano certe fortune, non si può mica far finta di niente e tornare in fretta e furia nel proprio tugurio quotidiano. Non so chi di preciso mi abbia offerto quell'opportunità, ma ho subito capito che una cosa del genere andava afferrata al volo. Grazie a questo intimo “on the road” avrò di nuovo modo di guardarmi dentro, nell'anima. Io, di nuovo solo, con me stesso. Lontano da certe convenzioni, dalle congetture, dai vincoli. Fuori da ogni schema, sistema o prigione entro cui capita di sentirsi ansiosamente oppressi. Grazie a questo piccolo viaggio avrò tempo e maniera di riflettere liberamente ed attentamente: sul mio passato, sul mio presente, sul mio futuro; su tutto ciò che sono e quel che vorrei diventare; sulle persone, gli oggetti e gli ambienti che mi circondano e su quelli che vorrei mi circondassero; su cosa portare dietro e cosa lasciarsi definitivamente alle spalle. Mi è presa così. Forse è soltanto una botta di follia. D'altronde non ho mai creduto, né asserito di essere una persona normale. Non so cosa pensino di questa mia scelta i miei genitori, i miei parenti o i miei amici, se ritengano questo mio gesto un capriccio da bambino, l'atto estremo di un giovane sull'orlo dell'esaurimento nervoso o l'espediente più spontaneo per ricaricare le batterie, per evadere dal carcere e prendere una boccata d'aria da incamerare in vista degli schiavizzanti tempi a venire. Non so quali siano i punti di vista di tutte queste persone, ma, detto in assoluta sincerità, al momento me ne infischio. Non pretendo che comprendano il mio atteggiamento, chiedo soltanto che lo rispettino. Ed al di là se lo faranno o meno, io proseguirò lo stesso il mio cammino. È giunto dunque il momento di inforcare nuovamente gli occhiali da sole e riportare l'auto in carreggiata. Qui, su una piazzola non molto distante dall'uscita per Acquasparta, attraverso i vetri della vettura sento il sole verniciarmi la pelle col suo calore intenso. Nel portabagagli un plaid arancione, un borsone colmo di indumenti pescati a casaccio dall'armadio ed una busta con due paia di scarpe, le più comode che ho trovato. Sul sedile posteriore uno zaino pieno zeppo di cd di tutti i generi e per tutti i gusti, musica per ogni tipo di viaggio o di situazione. Vicino al cambio un pacchetto di Camel, uno di chewing gum ed il cellulare lasciato finora perennemente spento. Accanto a me, a destra, il sedile è vuoto. E così, in fondo, mi piace vederlo.

4 commenti:

Enzo ha detto...

L'importante è che sei tornato Brown..stasera uccidiamo il vitello grasso;)

Winchester ha detto...

Sai lou non sai quante volte l'ho fatto io .....scappare , magari correre per pensarci da solo ....un momento in cui abbandoneresti tutto ma solo per decidere cosa fare cosa pensare .....devi essere solo magari andare in un luogo completamente silenzioso ....cercando di sfogare magari la rabbia o solo lasciare andare i pensieri ....con la moto mi riusciva bene una salita al terminillo un po di adrenalina e tutto poi svaniva come se quella montagna avesse un po di magia poi però la stessa cosa mi succedeva anche quando salivo sulla collinetta davanti casa ....piano piano in modo che i pensieri maturassero finchè non arrivi alla cima , a quel punto capii che non era la montagna magica e non era importante il luogo ma chi contava ero io...quanti KM riflettendo le mie macchine ne hanno fatti tanti ....ora è un bel po che non mi capita, non è una cosa così bella anche perchè quei momenti sono importanti ....si capiscono molte cose

Judas ha detto...

Ovunque tu vada, sul quel sedile, stretti stretti, ci sono i tuoi amici, pronti a far baldoria come a lasciarti in silenzio tra i tuoi pensieri...non scordarlo!

Lou Brown ha detto...

Grazie a tutti per le belle parole spese. Ciascuno di voi, a suo modo, mi ha dimostrato ancora una volta (sebbene non ce ne fosse bisogno) cosa significhi essere amici.